A quanto possibile legger sulla cronaca di ieri, pare ci sia il caso di un cliente che nel 1989 ha acquistato due Buoni Fruttiferi Postali e che oggi ha incassato molto meno del previsto.

I fatti si svolgono nella provincia di Belluno. Il signor Giobbe Mastellotto nel 1989 ha acquistato due Buoni Fruttiferi Postali da 5 milioni di lire.

Secondo le condizioni riportate chiaramente sul Buono, passati 30 anni, il signore avrebbe avuto diritto a incassare oggi 61.719,45 euro per ciascun Buono, e cioè un totale di 123.438,90 euro. Ma Poste gli ha liquidato solo 27mila euro a Buono. Una perdita, dunque, di circa 68mila euro totali.

Ma capiamo meglio i fatti.

Nel 1986, quando l’inflazione scese al 4,2% (dal 12,30% del 1983), un decreto emanò la nuova serie “Q” di Buoni Fruttiferi Postali con tassi ovviamente inferiori.

Ma Poste, forse per risparmiare qualche costo di stampa, non stampò nuovi Buoni, ma continuò ad utilizzare la modulistica delle precedenti serie “P” e “O”, che riportavano i vecchi rendimenti più vantaggiosi.

Sugli stessi, per “aggiornarli”, appose dei timbri che indicavano la nuova serie “Q” e, sul retro, i nuovi rendimenti. Il problema è che i timbri erano incompleti e riportarono i rendimenti solo per i primi venti anni, senza andare a modificare quelli dal 21° al 30°.

Nel caso del signor Giobbe, inoltre, al buono iniziale di serio “O” fu apposto un primo timbro per “aggiornarlo” alla serie “P” ed un secondo timbro per “ri-aggiornarlo” alla serie “Q”.

Un vero groviglio in cui il risparmiatore facilmente avrebbe potuto cadere in equivoco.

A novembre, nei confronti di Poste, è stato aperto un provvedimento per pratiche commerciali scorrette, ma non legate al caso in questione.

Attendiamo quindi di sapere come si evolverà.

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